Eravamo da poco ripartiti da Catania e avevamo davanti un'altra giornata di splendido Sole.
Quando arrivammo all’imbocco della tangenziale mi accorsi di una
cosa strana: c’era il casello dove ritirare il biglietto ma le sbarre erano completamente alzate e il semaforo spento. Ero
perplesso. Rallentai, mi voltai e dissi a Laura: “Boh, che faccio? Io il biglietto
lo prendo lo stesso… al massimo lo teniamo di ricordo.”
Fortunatamente dietro non avevo nessuno che potesse irritarsi
per l’eventuale perdita di tempo, e così mi fermai (alla fine pagai il tratto da Catania a Siracusa 2€, anche se trovammo sollevate anche le sbarre all'uscita).
Il navigatore ci stava guidando verso il centro dell'isola di Ortigia, centro storico
di Siracusa, collegata alla terra ferma da un largo ed elegante ponte.
Appena lo superammo
ci trovammo in mezzo a strade pulite, palazzi in marmo, ampi marciapiedi, bar pieni di gente. Mi ricordò vagamente il quartiere Sempione di Milano, l'eleganza era la stessa.
Ci fermammo in un parcheggio coperto a
pagamento, era presto, ma i raggi del Sole incominciavano già a far
sentire la loro presenza.
Camminammo per quelle vie rapiti dalla bellezza
storica di questa città.
Perché mai nessuno mi aveva parlato di Siracusa?
Perché la gente va a Taormina e snobba questo posto? Era semplicemente bello, tanto luminoso da dover tenere gli occhiali.
I raggi solari si riflettevano
come in un flipper tra le facciate e le strade lisce e lastricate di marmo.
Tutto era candido, vivo, luminoso, anacronistico. Non eravamo più in Italia, o
meglio lo eravamo, ma in un’epoca differente, con le statue della dea Diana, la chiesa
dedicata ad Atena e poi convertita in Duomo cristiano tanto fosse bello, il
tempio di Apollo e la fonte Aretusa, unico angolo europeo in cui nasce
spontaneo e rigoglioso il papiro, crocevia del mito della ninfa Aretusa
e Alfeo.
Persino il grande Archimede era cresciuto tra quelle strade. Tutto raccontava di tempi gloriosi, di cultura, di bellezza, di storia, di miti e di leggende.
Poco più
in là, il mercato del pesce, con i pescatori che pulivano i ricci di mare appena
raccolti, grossi pesci spada fatti a tranci, rigogliosi gamberi e tonni. Eccola,
finalmente, la Sicilia che cercavo. Non c’era angolo che, in un senso o
nell’altro, non sprigionasse bellezza.
Le fronti arse dal Sole dei marinai, i
palazzi signorili, i colori dei fiori, l’azzurro del cielo.
Guardai Laura: “Adoro questo posto, andiamo a
fare colazione e fermiamoci qua fino a mezzogiorno, poi pranzeremo da qualche
parte al mare.”
In quel momento la mia voglia di mare passò in secondo piano, ero completamente rapito da quella città (e i piani di una toccata e fuga che avevamo previsto saltarono all'istante).
Cercammo un bar in pieno centro, volevo sedermi ed essere circondato da
questa atmosfera. Trovammo un locale perfetto di fronte alla fontana con la statua della dea Diana, dorata e accarezzata dall'acqua.
A servire c’era una ragazza sola, ci disse che per il menù
avremmo dovuto scansionare il Q code sul tavolo con il telefono. Purtroppo, a
me l’applicazione non funzionava ma sapevo già come risolvere: “Scusami, siamo
di Milano, cosa c’è di veramente tipico da poter prendere?”
Mi guardò e
sorrise: “Se la metti così vi consiglio due cose che dovete provare: la
granita, che è diversa da quelle di Messina e la cassata siracusana, che
troverete solo qui. In pratica, al posto del marzapane viene usata tutta pasta
di mandorle.”
Già l’amavo, sia lei che la cassata! “Va bene per entrambe, con
la panna sulla granita.”
La cassatina era la fine del mondo. Era dolce, cremosa, pastosa, zuccherosa,
ma la mandorla e la ricotta si sentivano tutte. Ogni cucchiaiata era dolcezza
allo stato puro, con tutta la sua arroganza e la sua irruenza. Non si
nascondeva, non fingeva di essere qualcosa di diverso, non cambiava per piacere
ai turisti, lei era lei in tutta la sua maestosità.
Era una divinità greca che
andava adorata senza remore, in un atto di fede, senza chiedersi se fosse giusto o
sbagliato, senza pensare, solo affidandosi. Per innalzare il suo sapore e
sgrassare il palato, rendendola sempre piacevole, eccola servita accanto alla
granita di gelsi. Con tutta la sua dolcezza aspra, tipica dei frutti di bosco,
il colore viola intenso, il gelo pungente del ghiaccio, questa volta tritato
grosso, era il contrasto culinario per eccellenza. Uno esaltava l’altro, senza
entrare in competizione. Quando il palato si stancava della dolcezza e della
consistenza della cassata, la granita puliva le papille gustative con una
sferzata potente, mai resa eccessiva grazie al secondo boccone del dolce alla
ricotta. Era semplicemente un tango argentino, un ballo tra due mondi lontani.
Il sapore della cassata mi stregò, ma capii che fu solo merito della
granita se non mi risultò stucchevole. La granita mi rapì per il suo sapore, ma
la consistenza di quella provata a Taormina era ben altra cosa. Ora avevo ben
chiara la mia colazione ideale: granita di Taormina, ma al gusto di gelsi, cannolo
di Catania e cassata di Siracusa. Sulla città, invece, c’era poco da dire,
Siracusa dominava sulle altre con grandissimo distacco.
(Mi sarei ricreduto molto presto di questo mio pensiero. Ancora non lo
sapevo, ma la Sicilia e le sue meraviglie erano appena iniziate).
La mattinata si faceva sempre più calda ed afosa, dopo la colazione andammo
a visitare il castello Maniace, poi il mercato del pesce, poi ci perdemmo per
le viuzze del centro per ritrovarci, infine, ancora in piazza. La nostra unica
fortuna fu avere i cappelli di paglia, ultimo baluardo contro il Sole ormai
alto. Era quasi mezzogiorno e si sentiva tutto.
Qualche settimana prima avevo visto un vlog di una
nomade digitale che era passata da Siracusa e mi ricordai che fece vedere una bancarella dove facevano i panini farciti, proprio in mezzo al mercato del pesce.
Poteva essere un’idea per prendere qualcosa da mangiare poi in spiaggia.
Ci dirigemmo verso quel posto e ci trovammo in una fila
di almeno sessanta persone. Sembrava di essere fuori da Luini a Milano. Lì,
all’inizio della via, l’anziano proprietario preparava i panini al momento,
intrattenendo i clienti con i racconti più disparati. Così, dopo il ristorante
di Catania visto in tele, dovetti rinunciare anche a quel locale. Non aveva
senso aspettare un’ora per un panino, anche se l'aspetto era incredibile.
Meglio dirigersi subito verso la spiaggia
e mangiare qualcosa lì.
Avevamo individuato una località adatta a noi, a metà
strada tra Siracusa e Noto: Fontane Bianche.
Come di consueto ormai, eravamo grondanti di sudore, più bevevamo, più
sudavamo, più sudavamo, più dovevamo bere. Bevevo in un giorno quello che
solitamente bevevo in tre, l’acqua non era mai sufficiente e, mangiare dolci
zuccherati certo non aiutava. Era mezzogiorno e avevamo già finito tutte le scorte d'acqua (2litri a testa).
Una mezz’oretta dopo eravamo a Fontane Bianche. Avevamo i nostri due
ombrelloni e lo zaino con tutto il necessario per la spiaggia, teli mare,
sediolina, libri, racchettoni, creme solari, carte da gioco. Quando arrivammo alla
spiaggia finalmente ci trovammo sotto i piedi della finissima, soffice,
incandescente sabbia color avorio. Il mare era turchese intenso, ma era
piuttosto sporco a causa di un temporale che c’era stato il giorno prima del
nostro arrivo. Anche questa volta non mi sentii pienamente soddisfatto. Dalle
foto queste spiagge sembravano le Maldive ma, a me, non raccontavano niente di
nuovo, niente per cui valesse la pena fermarsi. Non dovevo avere fretta, sapevo
che la scelta di questa location era stata dettata dalla voglia di mare, non per la sua bellezza ma per la sua posizione, e mi accontentai. Piazzammo gli ombrelloni e ci sdraiamo a terra. Le gambe iniziavano ad
essere stanche e indolenzite. Avevamo fatto più di ventimila passi ed era
appena passato mezzogiorno.
Vicino
alla spiaggia libera dove ci eravamo posizionati c’era un lido attrezzato, per curiosità andai a
chiedere informazioni, mentre Laura guardava cosa comprare per pranzo. Ombrellone e due lettini costavano 40€! Ok, la spiaggia era carina, sicuramente
più di quello che percepivo io, ma la cifra mi sembrò fuori da ogni logica.
Eppure, gli ombrelloni erano tutti occupati.
Comprammo
due arancini al ragù, due tranci di pizza e due birre Messina ai cristalli di
sale (la storia di questo piccolo birrificio siciliano racconta di operai che
hanno evitato il fallimento dell’azienda donando il loro tfr, e di un colosso
come Heineken che ha creduto in loro acquistandoli e rendendoli famosi in tutta
Italia). La pizza non era degna di nota, ma l’arancino (o arancina, come viene
chiamata nel versante nord-ovest dell’isola) era buonissimo. Il ragù fatto in
casa era ricco e pieno, la panatura era sottile ma ugualmente croccante, il
riso era dorato e umido. Che buoni. Forse non i più buoni che io mangiai in
Sicilia, ma sicuramente i primi.
Ora che
eravamo a stomaco pieno tutto sembrava più rilassante, la stanchezza sembrava
meno condizionante, il Sole era alto sopra di noi, la sabbia era un materasso
perfetto per le nostre stanche schiene, il mare il giusto refrigerante per i
nostri motori, sia fisici che mentali. Ci riposammo, semplicemente quello.
Relax, il rumore costante e soave del fluttuare del mare, il torpore della
sabbia sui piedi, la carezza della brezza sul corpo ancora bagnato dall’ultimo
tuffo in acqua fatto poco prima. Quanto mi piace la vita quando sono al mare.
Una
volta riacquistate le forze facemmo una lunga passeggiata lungo la spiaggia. Mi
ha sempre rilassato camminare lungo il bagnasciuga. Nella vita di tutti i
giorni (almeno fino a quel momento, perché poi le cose sarebbero cambiate)
cammino pochissimo, ma quando sono al mare tutto cambia. Faccio interi chilometri
in quella breve zona di confine tra acqua e sabbia asciutta. Cammino più in
quindici giorni al mare lungo la spiaggia che in tutto il resto dell’anno.
Ad un
certo punto, durante il ritorno verso i nostri ombrelloni arancione e bianco e
verde (non si poteva non vederli) ci passò accanto un ragazzino super
abbronzato con un intruglio biancastro spalmato in faccia e sul resto del
corpo. Pensai che avesse esagerato con la crema solare. Qualche passo più in là
vidi due signore, non giovanissime, con la stessa cosa. Pensai che fosse uno
strano metodo di mettersi la crema solare per proteggersi dai raggi siciliani. Quasi
arrivati agli ombrelloni vidi altre quattro donne che si sciacquavano via dalla
faccia quella che sembrava una finissima sabbiolina color perla. Continuammo a
camminare, fino a vedere un gruppetto di persone che sfregavano delle rocce
bianche a strapiombo sul mare e si spalmavano in faccia la pappetta che si
generava. Ci avvicinammo. Vedemmo che le persone buttavano un po' di
acqua di mare su questa roccia, sfregandola e levigandola, creando questa crema
di sabbia finissima. Si stavano tutti facendo lo scrub! Laura mi guardò e disse:
“Siamo in un centro benessere! Io mi faccio questo trattamento sfogliante,
detox, abbellente, snellente, e chi più ne abbia più ne metta! Tu fai come ti
pare”, pochi secondi dopo avevamo sulla faccia quella spessa patina bianca che
inumidiva la pelle riflettendo la luce solare. La tenemmo pochi minuti, poi ci
immergemmo in acqua e subito riemergemmo con la pelle liscia e levigata. O
almeno noi ci convincemmo che fosse così. Tornammo agli ombrelloni e trovai due
chiamate perse dal b&b di Noto, prossima nostra meta.
Prenoto
su booking da almeno dieci anni, e mai nessun albergatore mi aveva telefonato
prima di un pernotto presso la sua struttura, quindi, non era per me una cosa
consueta quella di ricevere le chiamate dagli albergatori, e pensai subito al
peggio, la prenotazione non andata a buon fine, una data sbagliata, una camera
andata a fuoco, insomma, richiamai: “Buongiorno sono Castronuovo, ho trovato due
chiamate da parte vostra.”
Dall’altra parte del telefono una voce maschile che
mi sembrò subito amichevole: “Buongiorno signor Castronuovo, volevo chiedervi
se sapete già a che ora dovreste arrivare…”
Guardai l’orologio del telefono e
dissi che saremmo arrivati tra le 18.30/19, “ah perfetto – mi rispose – ma se
posso permettermi, io vi consiglierei di arrivare prima delle 18.30, sa com’è,
poi chiudono la strada, arriva la gente e trovare parcheggio è impossibile.
Comunque, io vi aspetto quando volete. Vi auguro buona continuazione.”
Riferii
la conversazione a Laura e da milanese imbruttito dissi: “Arriviamo da Milano, figurati se in un paesino come Noto non
troviamo parcheggio. Saranno i soliti esagerati. Però lo sai, da Google maps le
stradine sembravano strette, magari partiamo un po’ prima, non ho sbatti di
girare mezz’ora per cercare parcheggio.”
Laura annuì, tanto la nostra mezza giornata
di mare ce l’eravamo goduta tutta, e rimaneva ancora un’altra ora a
disposizione.
Anche su Noto
non avevo grandi aspettative, Laura lo aveva indicato come tappa obbligata. Dalle foto sembrava un bel borgo, ma non aveva fatto nascere in me grande
curiosità, avevo negli occhi ancora la bellezza eterea di Siracusa.
Però, da qui in poi ci saremmo fermati due notti, quindi avevamo il
tempo per sistemarci meglio e fare tutto in maniera meno frenetica.
Più andavo avanti e più adoravo questo viaggio...
(a seguire il Capitolo 6 - Noto, la perla)
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