Sicilia On The Road - Capitolo 5 - Siracusa, in provincia di Atene

Eravamo da poco ripartiti da Catania e avevamo davanti un'altra giornata di splendido Sole.

Quando arrivammo all’imbocco della tangenziale mi accorsi di una cosa strana: c’era il casello dove ritirare il biglietto ma le sbarre erano completamente alzate e il semaforo spento. Ero perplesso. Rallentai, mi voltai e dissi a Laura: “Boh, che faccio? Io il biglietto lo prendo lo stesso… al massimo lo teniamo di ricordo.” 
Fortunatamente dietro non avevo nessuno che potesse irritarsi per l’eventuale perdita di tempo, e così mi fermai (alla fine pagai il tratto da Catania a Siracusa 2€, anche se trovammo sollevate anche le sbarre all'uscita).

Il navigatore ci stava guidando verso il centro dell'isola di Ortigia, centro storico di Siracusa, collegata alla terra ferma da un largo ed elegante ponte. 
Appena lo superammo ci trovammo in mezzo a strade pulite, palazzi in marmo, ampi marciapiedi, bar pieni di gente. Mi ricordò vagamente il quartiere Sempione di Milano, l'eleganza era la stessa.
Ci fermammo in un parcheggio coperto a pagamento, era presto, ma i raggi del Sole incominciavano già a far sentire la loro presenza. 

Camminammo per quelle vie rapiti dalla bellezza storica di questa città. 
Perché mai nessuno mi aveva parlato di Siracusa? Perché la gente va a Taormina e snobba questo posto? Era semplicemente bello, tanto luminoso da dover tenere gli occhiali. 

I raggi solari si riflettevano come in un flipper tra le facciate e le strade lisce e lastricate di marmo. Tutto era candido, vivo, luminoso, anacronistico. Non eravamo più in Italia, o meglio lo eravamo, ma in un’epoca differente, con le statue della dea Diana, la chiesa dedicata ad Atena e poi convertita in Duomo cristiano tanto fosse bello, il tempio di Apollo e la fonte Aretusa, unico angolo europeo in cui nasce spontaneo e rigoglioso il papiro, crocevia del mito della ninfa Aretusa e Alfeo. 
Persino il grande Archimede era cresciuto tra quelle strade. Tutto raccontava di tempi gloriosi, di cultura, di bellezza, di storia, di miti e di leggende.

Poco più in là, il mercato del pesce, con i pescatori che pulivano i ricci di mare appena raccolti, grossi pesci spada fatti a tranci, rigogliosi gamberi e tonni. Eccola, finalmente, la Sicilia che cercavo. Non c’era angolo che, in un senso o nell’altro, non sprigionasse bellezza. 
Le fronti arse dal Sole dei marinai, i palazzi signorili, i colori dei fiori, l’azzurro del cielo. 

Guardai Laura: “Adoro questo posto, andiamo a fare colazione e fermiamoci qua fino a mezzogiorno, poi pranzeremo da qualche parte al mare.” 
In quel momento la mia voglia di mare passò in secondo piano, ero completamente rapito da quella città (e i piani di una toccata e fuga che avevamo previsto saltarono all'istante).

Siracusa - Duomo - Sicilia

Cercammo un bar in pieno centro, volevo sedermi ed essere circondato da questa atmosfera. Trovammo un locale perfetto di fronte alla fontana con la statua della dea Diana, dorata e accarezzata dall'acqua. 

A servire c’era una ragazza sola, ci disse che per il menù avremmo dovuto scansionare il Q code sul tavolo con il telefono. Purtroppo, a me l’applicazione non funzionava ma sapevo già come risolvere: “Scusami, siamo di Milano, cosa c’è di veramente tipico da poter prendere?” 
Mi guardò e sorrise: “Se la metti così vi consiglio due cose che dovete provare: la granita, che è diversa da quelle di Messina e la cassata siracusana, che troverete solo qui. In pratica, al posto del marzapane viene usata tutta pasta di mandorle.” 
Già l’amavo, sia lei che la cassata! “Va bene per entrambe, con la panna sulla granita.”

La cassatina era la fine del mondo. Era dolce, cremosa, pastosa, zuccherosa, ma la mandorla e la ricotta si sentivano tutte. Ogni cucchiaiata era dolcezza allo stato puro, con tutta la sua arroganza e la sua irruenza. Non si nascondeva, non fingeva di essere qualcosa di diverso, non cambiava per piacere ai turisti, lei era lei in tutta la sua maestosità. 
Era una divinità greca che andava adorata senza remore, in un atto di fede, senza chiedersi se fosse giusto o sbagliato, senza pensare, solo affidandosi. Per innalzare il suo sapore e sgrassare il palato, rendendola sempre piacevole, eccola servita accanto alla granita di gelsi. Con tutta la sua dolcezza aspra, tipica dei frutti di bosco, il colore viola intenso, il gelo pungente del ghiaccio, questa volta tritato grosso, era il contrasto culinario per eccellenza. Uno esaltava l’altro, senza entrare in competizione. Quando il palato si stancava della dolcezza e della consistenza della cassata, la granita puliva le papille gustative con una sferzata potente, mai resa eccessiva grazie al secondo boccone del dolce alla ricotta. Era semplicemente un tango argentino, un ballo tra due mondi lontani.

Il sapore della cassata mi stregò, ma capii che fu solo merito della granita se non mi risultò stucchevole. La granita mi rapì per il suo sapore, ma la consistenza di quella provata a Taormina era ben altra cosa. Ora avevo ben chiara la mia colazione ideale: granita di Taormina, ma al gusto di gelsi, cannolo di Catania e cassata di Siracusa. Sulla città, invece, c’era poco da dire, Siracusa dominava sulle altre con grandissimo distacco.
(Mi sarei ricreduto molto presto di questo mio pensiero. Ancora non lo sapevo, ma la Sicilia e le sue meraviglie erano appena iniziate).

La mattinata si faceva sempre più calda ed afosa, dopo la colazione andammo a visitare il castello Maniace, poi il mercato del pesce, poi ci perdemmo per le viuzze del centro per ritrovarci, infine, ancora in piazza. La nostra unica fortuna fu avere i cappelli di paglia, ultimo baluardo contro il Sole ormai alto. Era quasi mezzogiorno e si sentiva tutto. 

Qualche settimana prima avevo visto un vlog di una nomade digitale che era passata da Siracusa e mi ricordai che fece vedere una bancarella dove facevano i panini farciti, proprio in mezzo al mercato del pesce. Poteva essere un’idea per prendere qualcosa da mangiare poi in spiaggia. 
Ci dirigemmo verso quel posto e ci trovammo in una fila di almeno sessanta persone. Sembrava di essere fuori da Luini a Milano. Lì, all’inizio della via, l’anziano proprietario preparava i panini al momento, intrattenendo i clienti con i racconti più disparati. Così, dopo il ristorante di Catania visto in tele, dovetti rinunciare anche a quel locale. Non aveva senso aspettare un’ora per un panino, anche se l'aspetto era incredibile. 
Meglio dirigersi subito verso la spiaggia e mangiare qualcosa lì. 

Avevamo individuato una località adatta a noi, a metà strada tra Siracusa e Noto: Fontane Bianche. 

Come di consueto ormai, eravamo grondanti di sudore, più bevevamo, più sudavamo, più sudavamo, più dovevamo bere. Bevevo in un giorno quello che solitamente bevevo in tre, l’acqua non era mai sufficiente e, mangiare dolci zuccherati certo non aiutava. Era mezzogiorno e avevamo già finito tutte le scorte d'acqua (2litri a testa).

Una mezz’oretta dopo eravamo a Fontane Bianche. Avevamo i nostri due ombrelloni e lo zaino con tutto il necessario per la spiaggia, teli mare, sediolina, libri, racchettoni, creme solari, carte da gioco. Quando arrivammo alla spiaggia finalmente ci trovammo sotto i piedi della finissima, soffice, incandescente sabbia color avorio. Il mare era turchese intenso, ma era piuttosto sporco a causa di un temporale che c’era stato il giorno prima del nostro arrivo. Anche questa volta non mi sentii pienamente soddisfatto. Dalle foto queste spiagge sembravano le Maldive ma, a me, non raccontavano niente di nuovo, niente per cui valesse la pena fermarsi. Non dovevo avere fretta, sapevo che la scelta di questa location era stata dettata dalla voglia di mare, non per la sua bellezza ma per la sua posizione, e mi accontentai. Piazzammo gli ombrelloni e ci sdraiamo a terra. Le gambe iniziavano ad essere stanche e indolenzite. Avevamo fatto più di ventimila passi ed era appena passato mezzogiorno.

Vicino alla spiaggia libera dove ci eravamo posizionati c’era un lido attrezzato, per curiosità andai a chiedere informazioni, mentre Laura guardava cosa comprare per pranzo. Ombrellone e due lettini costavano 40€! Ok, la spiaggia era carina, sicuramente più di quello che percepivo io, ma la cifra mi sembrò fuori da ogni logica. Eppure, gli ombrelloni erano tutti occupati. 

Comprammo due arancini al ragù, due tranci di pizza e due birre Messina ai cristalli di sale (la storia di questo piccolo birrificio siciliano racconta di operai che hanno evitato il fallimento dell’azienda donando il loro tfr, e di un colosso come Heineken che ha creduto in loro acquistandoli e rendendoli famosi in tutta Italia). La pizza non era degna di nota, ma l’arancino (o arancina, come viene chiamata nel versante nord-ovest dell’isola) era buonissimo. Il ragù fatto in casa era ricco e pieno, la panatura era sottile ma ugualmente croccante, il riso era dorato e umido. Che buoni. Forse non i più buoni che io mangiai in Sicilia, ma sicuramente i primi.

Ora che eravamo a stomaco pieno tutto sembrava più rilassante, la stanchezza sembrava meno condizionante, il Sole era alto sopra di noi, la sabbia era un materasso perfetto per le nostre stanche schiene, il mare il giusto refrigerante per i nostri motori, sia fisici che mentali. Ci riposammo, semplicemente quello. Relax, il rumore costante e soave del fluttuare del mare, il torpore della sabbia sui piedi, la carezza della brezza sul corpo ancora bagnato dall’ultimo tuffo in acqua fatto poco prima. Quanto mi piace la vita quando sono al mare.

Una volta riacquistate le forze facemmo una lunga passeggiata lungo la spiaggia. Mi ha sempre rilassato camminare lungo il bagnasciuga. Nella vita di tutti i giorni (almeno fino a quel momento, perché poi le cose sarebbero cambiate) cammino pochissimo, ma quando sono al mare tutto cambia. Faccio interi chilometri in quella breve zona di confine tra acqua e sabbia asciutta. Cammino più in quindici giorni al mare lungo la spiaggia che in tutto il resto dell’anno.

Ad un certo punto, durante il ritorno verso i nostri ombrelloni arancione e bianco e verde (non si poteva non vederli) ci passò accanto un ragazzino super abbronzato con un intruglio biancastro spalmato in faccia e sul resto del corpo. Pensai che avesse esagerato con la crema solare. Qualche passo più in là vidi due signore, non giovanissime, con la stessa cosa. Pensai che fosse uno strano metodo di mettersi la crema solare per proteggersi dai raggi siciliani. Quasi arrivati agli ombrelloni vidi altre quattro donne che si sciacquavano via dalla faccia quella che sembrava una finissima sabbiolina color perla. Continuammo a camminare, fino a vedere un gruppetto di persone che sfregavano delle rocce bianche a strapiombo sul mare e si spalmavano in faccia la pappetta che si generava. Ci avvicinammo. Vedemmo che le persone buttavano un po' di acqua di mare su questa roccia, sfregandola e levigandola, creando questa crema di sabbia finissima. Si stavano tutti facendo lo scrub! Laura mi guardò e disse: “Siamo in un centro benessere! Io mi faccio questo trattamento sfogliante, detox, abbellente, snellente, e chi più ne abbia più ne metta! Tu fai come ti pare”, pochi secondi dopo avevamo sulla faccia quella spessa patina bianca che inumidiva la pelle riflettendo la luce solare. La tenemmo pochi minuti, poi ci immergemmo in acqua e subito riemergemmo con la pelle liscia e levigata. O almeno noi ci convincemmo che fosse così. Tornammo agli ombrelloni e trovai due chiamate perse dal b&b di Noto, prossima nostra meta.

Prenoto su booking da almeno dieci anni, e mai nessun albergatore mi aveva telefonato prima di un pernotto presso la sua struttura, quindi, non era per me una cosa consueta quella di ricevere le chiamate dagli albergatori, e pensai subito al peggio, la prenotazione non andata a buon fine, una data sbagliata, una camera andata a fuoco, insomma, richiamai: “Buongiorno sono Castronuovo, ho trovato due chiamate da parte vostra.” 

Dall’altra parte del telefono una voce maschile che mi sembrò subito amichevole: “Buongiorno signor Castronuovo, volevo chiedervi se sapete già a che ora dovreste arrivare…” 
Guardai l’orologio del telefono e dissi che saremmo arrivati tra le 18.30/19, “ah perfetto – mi rispose – ma se posso permettermi, io vi consiglierei di arrivare prima delle 18.30, sa com’è, poi chiudono la strada, arriva la gente e trovare parcheggio è impossibile. Comunque, io vi aspetto quando volete. Vi auguro buona continuazione.”
Riferii la conversazione a Laura e da milanese imbruttito dissi: “Arriviamo da Milano, figurati se in un paesino come Noto non troviamo parcheggio. Saranno i soliti esagerati. Però lo sai, da Google maps le stradine sembravano strette, magari partiamo un po’ prima, non ho sbatti di girare mezz’ora per cercare parcheggio.” 
Laura annuì, tanto la nostra mezza giornata di mare ce l’eravamo goduta tutta, e rimaneva ancora un’altra ora a disposizione.

Anche su Noto non avevo grandi aspettative, Laura lo aveva indicato come tappa obbligata. Dalle foto sembrava un bel borgo, ma non aveva fatto nascere in me grande curiosità, avevo negli occhi ancora la bellezza eterea di Siracusa. 


Però, da qui in poi ci saremmo fermati due notti, quindi avevamo il tempo per sistemarci meglio e fare tutto in maniera meno frenetica.

Più andavo avanti e più adoravo questo viaggio...



(a seguire il Capitolo 6 - Noto, la perla)

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